Una sala ordinata, parole misurate, ma l’aria taglia. Alla riunione annuale di Nissan, il passato bussa forte alla porta e il presente deve decidere se aprire o chiudere. Sul tavolo ci sono numeri, voti, memorie e un nome che non smette di fare rumore: Carlos Ghosn.
La riunione degli azionisti Nissan ha superato il consueto rito. Domande dirette, toni fermi, scetticismo. Il CEO Ivan Espinosa ha difeso la rotta e il piano Re:Nissan, ma l’aula ha chiesto di più: chiarezza su tempi, responsabilità, scelte. C’è stata perfino la proposta, poi respinta, di riportare Carlos Ghosn nel consiglio di amministrazione. Il solo fatto che sia emersa dice molto. Il passato non è passato.
La frustrazione ha basi concrete. Il titolo Nissan ha perso circa il 43% in cinque anni e oltre il 60% rispetto ai livelli pre-arresto di Ghosn. È un solco che pesa su ogni slide, su ogni promessa. Eppure la società ha messo in fila obiettivi misurabili: consegne globali previste in crescita del 4,7% fino a 3,3 milioni di veicoli; un utile operativo atteso di 200 miliardi di yen. Segnali di ripartenza, seppur fragili.
Entro la fine dell’anno fiscale arriverà un nuovo piano di medio termine. Dovrà fare tre cose semplici e difficili: blindare la redditività, dare un ritmo credibile ai lanci, ricucire il rapporto con il mercato. In altre parole, trasformare numeri promessi in traguardi raggiunti.
L’assemblea ha mandato anche un messaggio sulla governance. Bocciata la nomina di Motoo Nagai a consigliere indipendente esterno, nonostante il sostegno del management. Una decisione rara. Ha pesato il dubbio sulla sua effettiva indipendenza, dato il ruolo di revisore negli anni dello scandalo Ghosn. È il tipo di voto che, in Giappone, segnala un cambio d’epoca: meno deferenza, più responsabilità.
In mezzo a grafici e mozioni ho colto un sentimento preciso: voglia di una narrazione meno patinata. Gli investitori non chiedono slogan. Chiedono tappe, metriche, impegni che si possano controllare alla prossima assemblea. È un patto semplice. O si mantiene, o si rompe.
Qui entra il “fantasma”. Carlos Ghosn è stato l’uomo del risanamento dopo il 1999, l’architetto dell’alleanza con Renault, il volto di un’auto globale che accelerava. Nel 2018 l’arresto in Giappone per presunte irregolarità finanziarie. Nel dicembre 2019 la fuga in Libano, in circostanze tanto note quanto controverse. Da allora, Ghosn proclama la propria innocenza e parla di un complotto per fermare la fusione con Renault. Non c’è stato un processo in Giappone. Non c’è estradizione. Restano versioni che non si sovrappongono.
Il calo del titolo ha alimentato un’idea potente: senza Ghosn, Nissan ha perso bussola e ambizione. È un racconto seducente, perché mette un volto alla delusione. Ma il ritorno è irrealistico, oltre che respinto. Da un lato il rischio legale e reputazionale; dall’altro la necessità di chiudere il debito con il passato e ricostruire fiducia con regole chiare.
Il punto non è evocare o esorcizzare un nome. Il punto è se Nissan saprà parlare con i fatti. Una trimestrale in linea con gli obiettivi, un piano che assegna capitali dove servono, un modo nuovo di gestire i “no” del mercato. Piccoli passi, visibili. È così che i fantasmi si fanno più leggeri.
Intanto, l’assemblea del 23 giugno resta lì, come una fotografia onesta. Azionisti inquieti, dirigenti sotto esame, un marchio che deve scegliersi una voce. Domani, basterà un numero a sciogliere la tensione? O servirà un gesto che mostri, una volta per tutte, che l’auto può cambiare corsia senza guardare più nello specchietto?
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