Una corsia si apre e pare infinita. L’altra stringe, con lavori in corso e semafori lampeggianti. È così che oggi appare la strada delle auto a batteria: nel mondo scorre, negli Stati Uniti sobbalza. E in quel sobbalzo c’è una scelta politica precisa, fatta anni fa, che ancora pesa sul volante.
Entri in una concessionaria del Midwest e lo vedi. Due auto elettriche lucide in vetrina, sconti vistosi, venditore cortese ma prudente. Fuori, il parcheggio è pieno di SUV a benzina. Il pubblico è curioso, non ostile. Chiede il prezzo, l’autonomia, dove ricaricare. Poi respira, fa i conti, rinvia. Nel frattempo, in Europa e in Asia la domanda gira più veloce.
I numeri aiutano a capire. Negli USA i veicoli elettrici hanno toccato una quota intorno all’8% delle nuove immatricolazioni nel 2023. La crescita nel 2024 è diventata discontinua. Persino Tesla ha segnato il primo calo trimestrale anno su anno dal 2020. Non è crollo, ma è frenata. E quando il leader rallenta, l’intero mercato USA perde ritmo.
Non è solo questione di stazioni di ricarica o di listini ancora alti. Il punto, quello vero, arriva a metà di questa storia.
La rete di infrastrutture di ricarica migliora ma resta a macchia di leopardo. In molte aree extraurbane l’ansia da presa è reale. Gli incentivi? Il quadro federale si è fatto più severo: con regole sui contenuti locali, diversi modelli hanno perso il credito d’imposta, riducendo l’offerta accessibile. In alcuni Stati i bonus sono stati ridotti o sospesi. Il risultato è un messaggio confuso a chi compra: oggi sì, domani chissà.
Poi c’è l’elefante in salotto: la politica commerciale. Con l’amministrazione Trump sono arrivati i dazi generalizzati contro la Cina nel 2018, inclusi molti componenti per batterie e auto. Quei dazi sono rimasti e si sono irrigiditi nel tempo, alzando i costi lungo la filiera e limitando l’arrivo di modelli economici. In parallelo, l’allentamento degli standard sui consumi e l’offensiva retorica contro le elettriche hanno creato incertezza: perché investire in piattaforme e catene di fornitura se le regole potrebbero cambiare di nuovo? Oggi i progetti partono, ma partono più lenti e più cari.
Intanto, fuori dai confini, il tachimetro sale. In Europa la quota di veicoli elettrici a batteria ha superato il 15% nei principali mercati nel 2023. In Canada le immatricolazioni elettriche sono ormai oltre il 10%. In Asia, la Cina ha portato le auto ricaricabili a una fetta ben oltre un terzo del mercato, contando anche le ibride plug‑in. Il comune denominatore? Regole chiare per anni, incentivi stabili, catene delle batterie vicine agli stabilimenti, e tanti modelli sotto una certa soglia di prezzo.
Servono anche storie concrete. Shenzhen ha elettrificato bus e taxi prima di molti; in Germania i corridoi autostradali di ricarica sono diventati parte del paesaggio; in Québec le colonnine spuntano dove prima c’erano solo cartelli. Quando il contesto è prevedibile, la gente compra. E le aziende investono.
Gli USA hanno ancora tutto: ingegneri, capitali, marchi forti, minerali in Nord America. Ma un mercato non accelera con il piede sul freno. Vogliamo una strada scorrevole o un cantiere infinito? Immaginate un cartello sull’interstatale: “Uscita 2030, Transizione Verde”. La corsia c’è. Resta da decidere chi mette la freccia.
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