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Blackout a San Francisco: Robotaxi di Waymo in crisi, la guida autonoma ancora lontana dalla perfezione

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Claudio Galuppi

Una città al buio cambia le regole della strada. I fari delle auto diventano semafori improvvisati, i marciapiedi si fanno attenti, gli incroci ascoltano i motori. È in quel silenzio elettrico che si misura la vera maturità della guida autonoma.

La corsa alla guida autonoma

La corsa alla guida autonoma ha fatto passi reali. A San Francisco, i robotaxi di Waymo sono parte del paesaggio urbano, autorizzati a offrire corse a pagamento dopo l’ok della CPUC nell’agosto 2023. L’idea è semplice: ridurre gli incidenti, ottimizzare il traffico, dare tempo a chi viaggia. La pratica è un mosaico di sensoristica, software e infrastrutture: LiDAR, telecamere, mappe ad alta definizione, e reti 4G/5G per l’assistenza remota. Un sistema complesso che funziona bene quando tutto il resto funziona.

La città complica la teoria

Ed è qui che la città complica la teoria. Ogni incrocio è un’eccezione in potenza: cantieri inattesi, mezzi di soccorso, cartelli provvisori, strade in pendenza. Chi vive a SF lo sa: quando un semaforo si spegne, il codice diventa consuetudine. Si procede come a uno stop a quattro vie, con piccoli accordi tra conducenti, spesso fatti di tempi, sguardi, centimetri.

Il blackout e la guida autonoma

Il punto centrale arriva con un contesto che pochi considerano finché non accade: i blackout. Secondo le cronache locali, un recente blackout in alcune zone di San Francisco ha messo in difficoltà diversi robotaxi Waymo. Non abbiamo un bilancio ufficiale univoco sull’ampiezza del fenomeno, ma gli elementi tecnici sono chiari. I semafori spenti cancellano segnali formali. La connettività può degradarsi. E, in assenza di condizioni certe, i veicoli adottano il comportamento “fail-safe”: rallentano, si fermano, attendono istruzioni. È ciò che devono fare per sicurezza. Ma quando anche l’assistenza remota ha banda limitata, l’attesa si allunga.

Un esempio concreto

Esempio concreto: un incrocio a SoMa con semaforo fuori uso, traffico dell’ora di punta, autobus Muni in deviazione. Un’auto con guidatore umano interpreta lo scenario e passa, forse rischiando. Un robotaxi, addestrato alla prudenza, non “vede” le micro-intese tra persone. Teme l’imprevisto e si immobilizza. L’effetto domino è rapido: piccole code, cambi di corsia improvvisati, segnalazioni ai rider. Non è un “guasto” nel senso stretto; è il risultato di una scelta di progetto: meglio fermarsi che tentare.

Contesto e precedenti

Contesto e precedenti aiutano a leggere l’episodio. L’autorità federale NHTSA ha aperto nel 2024 una valutazione preliminare su incidenti di veicoli Waymo con oggetti fermi e segnaletica, segno che gli edge case restano centrali. In California, dopo il caso Cruise e la sospensione del servizio nel 2023 da parte del DMV, l’asticella regolatoria è più alta. Waymo, dal canto suo, rivendica milioni di miglia in modalità autonoma e un tasso d’incidenti inferiore alla media umana in più scenari urbani, ma la prova dell’infrastruttura resta condivisa: rete elettrica, impianti semaforici, copertura cellulare.

Cosa serve ora?

Cosa serve ora? Tre linee, molto concrete: Più resilienza di rete: batterie ai semafori critici, ridondanza sul backhaul, protocolli V2I/C‑V2X dove possibile. Policy di “clear lane”: se sicuro, i robotaxi devono liberare rapidamente la carreggiata. Test di “black start”: simulazioni periodiche di blackout con percorsi reali, report pubblici e audit indipendenti.

La perfezione non è l’obiettivo; l’affidabilità sì

La perfezione non è l’obiettivo; l’affidabilità sì. Preferiamo sistemi che sbagliano per eccesso di cautela o per intraprendenza? E, soprattutto, che città stiamo costruendo se basta un lampione spento per fermare un algoritmo? Forse la guida autonoma non è solo questione di chip e algoritmi, ma di come illuminiamo la strada davanti a noi, anche quando la corrente salta.

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